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Matteo Renzi e la sindrome di Josè Mourinho

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A Matteo Renzi piace usare spesso metafore calcistiche per spiegare le cose, perchè sono simpatiche e colpiscono nel segno. Seguendo la linea da lui tracciata, è interessante notare come ci siano molti punti in comune tra lui e l’allenatore del Chelsea Josè Mourinho, con un risvolto finale che Renzi farebbe bene a tenere in considerazione.

Autostima
Josè Mourinho o si odia o si ama, una via di mezzo non esiste. E’ una persone che prende tutto di petto e non ha mai nascosto di considerarsi superiore agli altri: in un’intervista alla Gazzetta disse “Non sono il migliore del mondo, ma penso che nessuno sia meglio di me”. Il 2 giugno 2004, quando si è presentato alla sua prima conferenza stampa da allenatore del Chelsea, fresco vincitore della Champions League con Porto, ha dichiarato:
“Please don’t call me arrogant, but I’m European champion and I think I’m a special one.”
Da quel momento in poi è diventato per tutti lo Special One.

Matteo Renzi non si è spinto fino a questo punto, ma non c’è dubbio che sia considerato da molti come arrogante e troppo sicuro di sè, sia perché è riuscito a scalare in fretta i vertici del partito, sia perché utilizza un lessico poco soft usando espressioni come “rottamare ” e “asfaltare”. E lo stesso sindaco di Firenze, nei suoi discorsi, ammette senza problemi che “E’ noto che io non sia uno che difetta di autostima”.

Comunicatività
Il portoghese ha trasformato ogni sua conferenza stampa in uno show mediatico, giocando con i media come nessuno prima di lui. Preparatissimo su dettagli tecnici e statistiche, Josè prende spesso in contropiede i giornalisti ribaltando lo schema consueto: con la sua personalità si pone al centro dell’attenzione rispondendo solo alle domande che lui considera degne e rifiutando qualsiasi critica ai suoi giocatori. Non è lui che ricerca l’attenzione dei media, ma sono i media stessi che fanno di tutto per strappare una dichiarazione o un’intervista, ben sapendo che Mourinho non è mai banale.
Il tecnico di Setubal agisce fuori dagli schemi e spesso spiazza tutti, come quando non si presenta alla conferenza stampa e lascia che sia il suo secondo ad affrontare i giornalisti.
Josè Mourinho, quindi, sa come parlare e sa anche come tacere, ben sapendo che in entrambi i casi farà notizia.

Anche Matteo Renzi sa come comunicare in maniera efficace e da subito si è guadagnato l’attenzione mediatica grazie all’uso di dichiarazioni molto provocanti e di un linguaggio nuovo e immediato. Viene ricordato da tutti per l’intervista che concesse a Repubblica il 29 agosto 2010, dove spiegava che:

“Non è mica solo una questione di ricambio generazionale. Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, io così lo chiamo e non caimano, dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani… Basta. E’ il momento della rottamazione. Senza incentivi”.


Da lì in poi è stata tutta una discesa, sfruttando la sua familiarità con i social network e la sua capacità di dire le cose in maniera diretta e senza fronzoli.
Anche il sindaco fiorentino sa dosare le sue dichiarazioni, alternando momenti di sovraesposizione mediatica  a momenti di silenzio.

Farsi notare
Bastano pochi gesti, pochi accorgimenti, ed è fatta. 20131217-190550.jpg
C’è un’immagine di Josè Mourinho che è rimasta nella storia calcistica italiana, quando il 19 febbraio 2010 – durante la partita tra Inter e Sampdoria – fece il gesto delle manette dopo che l’arbitro aveva espulso Samuel e ammonito Cordoba e poco prima che lo stesso difensore colombiano rimediasse il secondo cartellino giallo lasciando l’Inter in 9 giocatori.
Oppure le sue tipiche smorfie a favore di telecamera o le esultanze sotto la curva (o dietro la panchina) avversaria.

Il nuovo segretario del Pd non è da meno, anche se non compie gesti così eclatanti. Basta vedere i commenti alla sua uscita serale di lunedì, dove era ospite al Quirinale per il consueto messaggio di Natale del presidente della Repubblica. Tutti gli altri invitati riempiono il piazzale del Quirinale di auto blu mentre lui arriva a piedi; intorno a lui tutti rispettano l’etichetta indossando l’abito scuro mentre lui veste con un abito grigio chiaro; tutti si recano nella sala degli specchi a salutare e omaggiare il presidente della Repubblica quando lui saluta e sparisce prima del buffet.
Naturalmente i flash sono tutti per lui e il giorno dopo i giornali non possono fare a meno di parlarne.

Underdog
Josè Mourinho ha costruito la sua carriera sul suo essere underdog, lo sfidante che lotta contro il campione e contro il sistema. Ha compattato e motivato le sue squadre creando un’atmosfera dove i giocatori e i tifosi si sentivano soli contro tutti, 2-0 AL BAYERN, INTER VINCE CHAMPIONS 45 ANNI DOPOa combattere contro il “nemico” là fuori che di volta in volta veniva identificato negli arbitri, i media, la Lega Calcio, la Uefa o il sistema in generale.
Da allenatore del Porto ha vinto nel 2004 la sua prima Champions League quando la sua squadra non era considerata da nessun book-maker. Da allenatore del Chelsea ha riportato i Blues alla vittoria in Premier League a 50 anni dall’ultima volta e spezzando il duopolio di Manchester United e Arsenal che durava da 10 anni. Da allenatore dell’Inter ha vinto la Champios League del famoso triplete centrando un traguardo che la società rincorreva da 45 anni.

Il sindaco di Firenze ha seguito un percorso simile, seppur declinato in un campo totalmente differente. Il leitmotiv della sua cavalcata è anche in questo caso quello dello sfidante che combatte contro l’apparato.
Procede quasi a tappe forzate: nel 2001 diventa coordinatore della Margherita a Firenze, nel 2002 ne è il segretario provinciale e nel 2004 viene eletto presidente della Provincia di Firenze. Nel 2009 si candida alle primarie per scegliere il candidato sindaco di Firenze e, 'Il Confronto' Italian TV Show - November 29, 2013nonostante i veti del suo partito e contro tutti i pronostici, vince sconfiggendo Lapo Pistelli. Da vincitore delle primarie, Renzi sfida il portiere Giovanni Galli alle elezioni, le vince e diventa sindaco di Firenze.
Da lì parte la rincorsa a una posizione di livello nazionale, che lo porta a candidarsi alla Premiership nel 2012 contro Pierluigi Bersani e a riprovarci nel 2013 per la carica di segretario nazionale del Pd. E a vincere con poco meno del 70% dei voti.

E adesso?
Josè Mourinho nel 2010 ha raggiunto il sogno di ogni allenatore: sedere sulla panchina del Real Madrid, il club più prestigioso al mondo.
Il suo bottino in tre anni non è stato magro (1 Campionato Spagnolo, 1 coppa di Spagna, 1 Supercoppa di Spagna), ma per la prima volta il portoghese non ha lasciato la sua impronta nei cuori dei tifosi e nello spogliatoio della squadra.
Il Real Madrid, infatti, è il club più titolato e più ricco di Spagna e nell’immaginario di tutti è molto lontano dall’essere considerato come vittima del sistema. Al contrario delle squadre precedentemente allenate, i Blancos non vengono da un lungo digiuno di vittorie ma, anche se in quel periodo è il Barcellona la squadra da battere, sono abituati a vincere.
Josè Mourinho recita il solito copione ma stavolta però spacca spogliatoio e opinione pubblica, mettendo ai margini il capitano della squadra e della nazionale Spagnola – Iker Casillas – e inimicandosi squadre e allenatori avversari oltre che gran parte della stampa. L’odiato (perché ricco e vincente) Real Madrid, diventa ancora più odiato. Il portoghese voleva aprire un ciclo ma la sua missione è per lo più fallita. Adesso allena di nuovo il Chelsea.

Matteo Renzi siede ora sulla panchina del partito più avanti nei sondaggi, che esprime la presidenza della Repubblica, del Senato, della Camera e del Consiglio dei Ministri. Il Pd è il partito più radicato sul territorio, l’unico soggetto politico che osi chiamarsi ancora “partito” in quest’epoca di antipolitica e larga disaffezione. Secondo i sondaggi, il sindaco di Firenze raccoglie il più alto gradimento tra i personaggi politici .
Insomma, Renzi non è più un underdog, lo sfidante che parte in fondo alla griglia di partenza.
Adesso bisogna giocare una partita diversa, da una posizione nuova e inusuale per le caratteristiche di uno sfidante nato. Il neo segretario del Pd deve quindi cambiare strategia e dimostrare che lui, tifoso della Fiorentina, non farà come Josè Mourinho, perché saprà vincere e convincere anche sulla panchina del Partito Democratico.

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