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I partiti sono morti

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Sembra un’altra delle sparate di Grillo, ma non è così.

L’ha detta Roberto Weber, il direttore dell’istituto demoscopico Swg, in un’intervista a Quotidiano.net:

La fiducia nei partiti è scesa intorno al 4%. Significa che tutto il tessuto di affidamento sta andando a pezzi. Le idee di forma partito è morta, c’è solo la tribù. Al contrario di quello che aveva pensato Bersani, regge solo la persona. Ora hai i voti solo se hai il leader

Il ragionamento è scaturito dai dati Swg che fotografano la fiducia (non direttamente trasformabile in voti) degli italiani nei politici di oggi:

  • Bersani 32%

  • Grillo 29% (-7%)

  • Berlusconi 24%

E poi c’è Renzi, con una percentuale altissima, il 54%!

Perchè il sindaco di Firenze ha una percentuale così alta? In fin dei conti, Weber dice: “Sappiamo che è il sindaco di Firenze, che ha fatto delle primarie strepitose, ma non sappiamo se è la persona che è in grado di tirar fuori il Paese dai guai in cui si trova”.

Renzi

Secondo me la chiave di tutto questo sta proprio nell’aspettativa, nel nuovo che avanza. La gente si focalizza sulla novità e non si addentra troppo nei contenuti, così come probabilmente la maggior parte delle persone che ha votato Grillo non è mai stata sul suo blog.

Razionalmente, infatti, non c’è alcuna certezza che Renzi possa fare di più e meglio dei suoi predecessori come leader ma, visto che non lo è ancora diventato, ci si aspettano meraviglie. E’ un po’ la storia del “peggio di così non si può fare”.
Soprattutto in tempi di crisi, le persone tendono ad affidarsi a dei leader piuttosto che a programmi e a partiti, a delle figure-guida che sembrano incarnare la via per uscire dal guado. Non cercano la strada vecchia (o l’usato sicuro, come si è presentato Bersani), ma qualcuno in grado di fare il miracolo.

Questo modo di pensare ha portato certamente a derive negative – basti pensare a Benito Mussolini o a Adolf Hitler – ma ha avuto anche i suoi risvolti positivi come per esempio Barack Obama (il suo messaggio “Change” ha giocato proprio su quello) o Tony Blair che, con il suo New Labour, ha rappresentato un punto di svolta e di discontinuità col passato del laburismo inglese.

Il personaggio carismatico certamente divide l’opinione pubblica – o si odia o si ama – ma è anche colui che è in grado di concentrare su di sè i voti di chi, storicamente, non ha scelto il suo partito alle urne.
E’ il caso di Barack Obama: nella storica campagna elettorale del 2008 – che gli valse la prima Presidenza degli Stati Uniti – molte persone non hanno votato per le idee e i programmi del partito Democratico ma hanno votato per la persona – il primo Presidente Afroamericano – che è stato capace di farli sognare coi suoi comizi e che ha incarnato meglio di tutti il cambiamento in un’era dove la crisi economica si stava affacciando prepotentemente.

Lo stesso destino potrebbe – e vorrebbe – seguire Matteo Renzi. Ha perso le primarie nell’inverno del 2012 ma proprio grazie a questo, paradossalmente, si è tenuto alla larga da questa palude elettorale nella quale la politica italiana ristagna dal 25 febbraio (per chi si fosse perso a che punto siamo, qui è spiegato bene, coi disegnini).

Si tratta però di ipotesi di scuola: adesso la palla è in mano a Napolitano e i suoi saggi, il 15 aprile cominciano le consultazioni per trovare il suo successore. Per il futuro, si vedrà.

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