Hyde Park Gate News

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La sinistra che odia vincere

Una parte cospicua di quelli che votano a sinistra o che si sentono “di sinistra” ha una tendenza molto molto particolare: si scoprono uniti e compatti quando si trovano all’opposizione, cioè senza potere e con tante cose da rivendicare. Quando sono dalla parte di chi può criticare quelli che fanno (o non fanno) qualcosa.

Se invece la sinistra è al potere, dalla parte di quelli che fanno (e che, quindi, si espongono alle critiche), allora è un fiorire di “distinguo”, di liti, di “questioni di principio”.

Infatti Prodi ha avuto un discreto successo a sinistra (ma non un successone, intendiamoci) proprio perché ha vinto, ma ha vinto di poco. Era al potere, ma non poteva comandare troppo sennò Bertinotti e/o Mastella lo avrebbero disarcionato.

Insomma Prodi era un potente, ma con un potere fragile fragile.

Renzi invece è arrogante nei modi di fare, è potente perché comanda sul Governo e sul Partito, ed è vincente perché ha ottenuto il 40,8% alle elezioni Europee, un successo mai visto.

E allora, anche solo per questo, Renzi è il nemico, è l’ospite sgradito in casa, è la serpe in seno.

Credo che questa tendenza farà fatica a sparire…

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L’Italicum, dialogo surreale

Per semplificare e riassumere 12 mesi di legge elettorale, e per comodità, immaginiamo che tutto si sia svolto in un dialogo, parecchio surreale, all’interno delle due anime del PD

Renzi: Dopo 8 anni proviamo a fare una nuova legge elettorale. , la faremo con Berlusconi, l’unico che ci sta. Propongo l’Italicum, concordato con il patto del Nazareno, con soglia minima al 4,5%. Se non si supera il 37% si va al ballottaggio e ci sono i listini bloccati.
Minoranza PD: No, l’Italicum fa schifo. Ci sono le soglie troppo alte, ma ti pare che possa andare il 4,5% o il 5%? Le voglio più basse!
R: Mmhhh…ne parlo con Berlusconi, ma la vedo dura, c’era un accordo.
M: Ahahah, dai che l’ho messo in difficoltà e si brucia!
R: Ok, ho convinto Berlusconi. Soglie al 3%. Sei convinto anche tu? La votiamo insieme?
M: No, non basta! Per andare al ballottaggio è troppo basso il 37%, va alzato al 40% o non la votiamo!
R: Provo a parlarne con Berlusconi..dai, cerco di convincerlo
M: Stavolta è fatta, stavolta il patto salta!
R: Ho convinto Berlusconi, abbiamo messo la soglia al 40%! Dai che adesso ti piace questo Italicum, abbiamo seguito le tue indicazioni! Lo voti anche tu?
M: Manco per il cavolo! Voglio le preferenze di genere e voglio abolire i listini bloccati!
R: Azz…adesso mi sembra un casino…come faccio a chiedere altre modifiche a Berlusconi? Non ti sembra di esagerare?
M: No, o così o non la votiamo!
R: Ok, ci provo…
M: Stavolta l’ho messo alle strette. Stavolta il patto del Nazareno salta, eheh
R: Tadaaaaaa! Ho convinto Berlusconi: alternanza di genere accettata! Poi ci sono le preferenze, il partito sceglie solo i capilista. Adesso è perfetta, no? Dai, votiamola tutti insieme..
M: Ma non è possibile!!! No no no, e ancora no. Voglio TUTTE preferenze, non ci devono essere nemmeno i capilista. Non la votoooooo

Più o meno, semplificando, è andata così…
Insomma, non va mai bene niente. Comunque la si giri, non sarà mai ABBASTANZA.

La verità è che non vogliono approvare la legge, vogliono solo mettere in difficoltà Renzi.
E poi Bersani e Civati si lamentano se la legge la si approva con Berlusconi. Certo, è da SOLO UN ANNO che si dice che la legge elettorale la si approvava insieme…

Tutto sto’ casino, poi, per non portare nemmeno a casa niente..


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Il pulpito conta più della predica

baby-predicatoreSui giornali e in televisione si sente sempre più alto il grido di allarme a causa della piega che sta prendendo la situazione politica: il governo – dicono i commentatori – sta esautorando il parlamento del potere legislativo, come per esempio è successo recentemente col Jobs Act.
Sul tema sono intervenuti diversi esponenti della vecchia guardia del PD, che però sono stati puntualmente bollati come “gufi” o come “frenatori“.
Il problema, secondo me, sono diventate le persone e non le idee.
Così come nessuno avrebbe mai accettato una riforma della giustizia proposta da Berlusconi perché – anche ammesso che fosse la miglior legge sulla Terra – era comunque promossa da Berlusconi, adesso nessuno nemmeno si sogna di ascoltare i messaggi di D’Alema o Bersani, perché non sono più ritenute persone autorevoli: quando erano loro al potere nella migliore delle ipotesi non hanno fatto nulla, nella peggiore hanno fatto male o hanno contribuito a portarci nella pessima situazione nella quale ci troviamo.

Ormai non si pensa più alla predica, ma solo al pulpito dalla quale è lanciata.
Civati, invece, è un caso a parte: rappresenta il nuovo e meriterebbe almeno la chance di essere ascoltato. Ma, avendo sempre detto “no” a tutto quello che proveniva da Renzi o dal suo governo, non fa più rumore nemmeno quando i suoi “no” sono sacrosanti.


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Meno gelati per tutti

Renzi_GelatoDopo aver alimentato sogni e speranze, dopo aver dichiarato e pianificato di rottamare il vecchio apparato di potere e di cambiare verso alla politica italiana, io mi aspetto che Matteo Renzi mangi meno gelati, faccia meno selfie e si metta a lavorare più decisamente e concretamente sulle cose.
L’operazione simpatia è riuscita, il 40% dei consensi è superato.
Adesso però vorrei assistere a conferenze stampa con più dettagli e più contenuti, magari che venga indetta dopo e non prima della pubblicazione dei testi dei vari decreti e disegni di legge.
Vorrei che il premier diventi un po’ più “antipatico”, e lo diventi perchè va a toccare sul serio le rendite di posizione e gli incrostamenti del “si è sempre fatto così”. Secondo me c’è ancora da lavorare parecchio per‪#‎cambiareverso‬ davvero. Faccio il tifo perchè, nell’interesse di tutti, questo avvenga in fretta.


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Samia corre e Catozzella vince: suo il premio Strega Giovani

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Giuseppe Catozzella, con 93 voti, ha vinto il Premio Strega Giovani (3 mila euro) assegnato da una giuria di circa 400 ragazzi. Il libro in concorso si intitola “Non dirmi che hai paura” ed è edito da Feltrinelli

In omaggio al mio amico Giuseppe, ripropongo qui la mia intervista che ha pubblicato Nuovasesto a gennaio 2014.
Complimenti e congratulazioni!

A Samia Yusuf Omar piace correre ma, per seguire la sua passione, sa che dovrà andare più veloce della povertà e delle difficoltà che un’atleta femminile deve affrontare in un paese integralista come la Somalia. La sua esperienza straordinaria è racchiusa tra le pagine del nuovo libro di Giuseppe Catozzella, “Non dirmi che hai paura”, arrivato nelle librerie da pochi giorni. Nuovasesto.it lo ha intervistato.

Come hai incontrato la storia di Samia?
E’ successo così, quasi per caso. Era l’agosto del 2012, mi trovavo in Kenya per delle mie ricerche e ho sentito alla televisione il discorso di Abdi Bile – l’atleta somalo medaglia d’oro nei 1500 metri ai Mondiali di Roma del 1987 – che la ricordava durante le celebrazioni del trionfo di Mo Farah alle Olimpiadi di Londra. E’ stata come una folgorazione: da quel momento la sua storia è entrata dentro di me e ho provato un fortissimo desiderio di raccontarla.

E’ la storia di un viaggio?
No, è piuttosto la storia di un sogno, il sogno di una ragazza che si sente nata per correre. Samia Yusuf Omar vive a Bondere, quartiere povero di Mogadiscio, e ogni giorno sotto il sole cocente percorre a tutta velocità le strade di sabbia bianca e polvere insieme all’amico Alì, con il quale condivide la sua casa: le loro due famiglie, per motivi economici, abitano sotto lo stesso tetto. Ma la ragazza ha un gran talento e, ben presto, Alì non riesce a più a starle dietro. Decide così di prendere in mano il cronometro e diventare il suo allenatore.
Samia, per non avere problemi con la religione e con la tradizione del suo Paese, si allena principalmente di notte e corre con il burqa, indossando magliette a maniche lunghe e pantaloni della tuta.
Nonostante le difficoltà, è tenace e le sue gambette magre hanno la meglio sulla fatica di correre col sole a picco e sulla diffidenza di un Paese che non crede in lei.
La sua specialità sono i 200 metri e – senza sponsor, senza allenatori professionisti, senza soldi e senza scarpe (gliene regalerà un paio la squadra di atletica sudanese) – si qualifica per le olimpiadi di Pechino 2008. A 17 anni si trova catapultata in seconda corsia, accanto ad atlete professioniste. Con gli applausi che scandiscono gli ultimi metri della sua corsa, arriva ultima nella sua batteria.

Nonostante la delusione, si tratta comunque di un bel traguardo. Immagino che dopo le Olimpiadi, finalmente la sua vita cambi…
No, al contrario. Samia torna a casa, in Somalia, dove riceve un’accoglienza fredda e non ottiene nessuna notorietà. Oltretutto la situazione politica continuava a peggiorare sempre di più e stava facendo sprofondare il paese nell’integralismo più sordo e cieco. Minacce, arresti e intimidazioni convincono l’atleta a intraprendere il grande viaggio: ottomila chilometri la separano dal mare e lei, a piedi, in 18 mesi attraversa i confini di Somalia, Etiopia, Sudan e approda in Libia, pronta a imbarcarsi per l’Italia.
A spingerla è il sogno di partecipare alle olimpiadi di Londra 2012 e la necessità di trovare in Europa un allenatore professionista. Però la sua mèta, che sembrava così a portata di mano, le sfugge: Samia si imbarca ma non raggiungerà mai le coste di Lampedusa.

A volte il lavoro dello scrittore assomiglia a quello di un detective. Come sei riuscito a ricostruire questo racconto?
Non è stato per niente facile raccogliere le informazioni, perché la persona che la conosceva di più – Hodan, sua sorella – vive a Helsinki e parla solo il Somalo. E’ una persona molto diffidente ma – pian piano e con molta fatica – sono riuscito a conquistare la sua fiducia: lei si è aperta, mostrandomi fotografie e confidandomi numerosi aneddoti e ricordi. E’ stato fondamentale entrare in contatto con ragazzi e ragazze che, come Samia, hanno affrontato lo stesso viaggio epico che dal Sahara porta alle coste della Libia. Infine mi hanno aiutato molto Igiaba Scego, la scrittrice italo-somala che per prima ha raccontato di Samia in Italia, e Teresa Krug, la giornalista di Al Jazeera che aveva intervistato la giovane atleta in più occasioni.

Come si svolge il racconto?
“Non dirmi che hai paura” è raccontato in prima persona da Samia che, a partire da quando aveva 8 anni, lascia entrare il lettore nella sua storia e lo accompagna fino a quando ne avrà 21. Sento su di me una grossa responsabilità nel dar voce a quest’atleta, perché la sua famiglia e la sua gente ci tengono davvero tanto che il messaggio che lei ci ha lasciato venga trasmesso nella maniera più autentica possibile.

“Non dirmi che hai paura” ha suscitato molto interesse anche al di fuori dell’Italia: che progetti sono in corso?
Il libro è stato accolto molto bene e presto verrà tradotto e distribuito anche in Germania, Francia, Olanda, Spagna e Norvegia. C’è anche l’idea di farlo diventare un film, visto che la casa di produzione Leone Film Group – che realizza film internazionali – ne ha acquistato i diritti.

E’ stato anche il libro più venduto alla fiera di Francoforte di Ottobre 2013. Hai già cominciato a promuoverlo nelle librerie italiane?
Ho già fissato alcune date dove, tra le altre cose, avrò accanto a me colleghi molto importanti come Roberto Saviano, Goffredo Fofi, Erri De Luca e Gad Lerner. Devo ammettere però che, per i miei trascorsi da redattore di Nuovasesto e per il legame che ho con la città, mi piacerebbe tanto poter presentare “Non dirmi che hai paura” a Sesto San Giovanni. [N.d.A.: Catozzella ha presentato il suo libro a Sesto il 25 marzo 2014]


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Una cena da Carlo e Camilla, il ristorante di Cracco

Non ho mai preso in considerazione la cucina ricercata degli chef stellati ma, complici le puntate di MasterChef, mi sono lasciato incuriosire dai sapori e dalle ricette che Cracco, Barbieri, Bastianich e gli aspiranti chef proponevano in tv: ingredienti mai assaggiati e metodi di cottura mai sperimentati. Insomma la curiosità c’era ma, visti i costi dei ristoranti di alta cucina, il portafoglio non mi permetteva di soddisfarla. Gironzolando per la prima volta sui food blog ho scoperto invece che, dal 22 febbraio, Carlo Cracco (insieme al cognato Nicola Fanti) ha aperto un altro ristorante, Carlo e Camilla in segheria, dichiarando che si tratta di “un ristorante low cost: piatti basic ma realizzati con ingredienti di qualità altissima. Non ci sarà una linea di cucina precisa: seguiremo il mercato, i giorni, l’ispirazione del momento senza essere costretti dal menù. Poche proposte e prezzi inevitabilmente più contenuti: massimo 40 euro, diciamo”.

Cracco spiega che il nome del ristorante “allude alla coppia reale inglese, ma resta coi piedi per terra, in segheria”

Cracco spiega che il nome del ristorante “allude alla coppia reale inglese, ma vuole restare coi piedi per terra, in segheria”

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Il cortile della segheria

Beh, perfetto per iniziare. Il ristorante si trova nella vecchia segheria di via Meda, dove la proprietaria Tanja Solci è riuscita a miscelare un design ricercato – sedie Cappellini, chandelier, teiere e piatti Richard Ginori – con il cemento e la lamiera di un ambiente grezzo e post-industriale. Il contrasto funziona, ma la trovata più originale è sicuramente il grande tavolo in legno di cedro sbiancato a forma di croce – segato direttamente in cortile, così da riportare per un attimo la segheria alle sue origini – che accoglie i 65 coperti del ristorante IMG_3752 Si cena quindi seduti accanto agli altri clienti e a mio parere, superato l’imbarazzo iniziale, la cosa non è affatto male: ti offre la possibilità di sbirciare cosa ordinano i vicini, per poterti destreggiare tra i nomi semi-sconosciuti degli ingredienti che si leggono nella lista dei piatti. E poi c’è la musica di sottofondo che aiuta a mantenere riservate le conversazioni. Il menù – preparato dagli chef Emanuele Pollini e Simone Gobbi –  è minimal: sul retro di un cartoncino si può scegliere tra quattro antipasti, quattro primi, quattro secondi e tre dolci. Poi c’è qualcosa fuori-menù, ma non molto. Gli ingredienti sono ricercati anche se, la cosa che colpisce di più, sono gli accostamenti: l’uovo “benedectine” servito con liquerizia e lavanda, gli spaghetti alle alici conditi con lime e caffè, la burrata immersa nella passata di zucchine. E poi ci sono gli ingredienti più strani (tipo lo shiso, che io assolutamente non conoscevo), ma i camerieri sono ben preparati e ti sanno “raccontare i piatti” spiegandoti con competenza sapori e profumi (grazie Federico per la pazienza). I prezzi sono più o meno omogenei: tra i 16 e i 18 euro per antipasti e primi piatti, tra i 22 e i 26 euro per i secondi e 9 o 10 euro per il dolce. L’offerta delle bevande è notevole, sia per quanto riguarda i vini (la lista cambia ogni mese) che per quanto riguarda i cocktails: Filippo Sisti prepara dei drink originali, mischiando sapori apparentemente lontani tra loro ma che lui sa abbinare alla perfezione ai piatti ordinati dai clienti. IMG_3756 IMG_3757

Eravamo a cena in due, e così ognuno assaggiava il piatto dell’altro. Io ho preso un antipasto di cozze impanate (“mi raccomando, non gratinate, è diverso!”) e poi ho assaggiato i fiori di zucca col pomodoro e basilico. Gustosi entrambi, anche se le cozze erano più saporite e, soprattutto, era la prima volta che le mangiavo cucinate così.

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Cozze impanate

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Fiori di zucca, pomodoro e basilico

Come primo ho ordinato passatelli asciutti, tropea, shiso e vongole e il cameriere mi ha messo in guardia: “La avviso che il piatto avrà un gusto piuttosto dolce”. Era vero, ma i passatelli non erano affatto male. Il piatto è molto delicato, con la cipolla di tropea che dà il tocco di classe. Ho assaggiato anche gli agnolotti alle melanzane, lattuga e prosciutto croccante e devo dire che mi sono piaciuti di più, perchè adoro il prosciutto croccante e perchè il ripieno di melanzana era favoloso.

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Passatelli asciutti, tropea, shiso e vongole

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Agnolotti alle melanzane, lattuga e prosciutto croccante

 

Di secondo mi sono buttato sulla carne, scegliendo pancetta di maiale croccante con ortaggi e foglie. Il piatto era gustoso e aveva un tocco di classe che manco avevo notato: accanto alla carne c’era polvere di latte bruciato (nella foto è quella chiara) e polvere di malto bruciato (nella foto è quella più scura). Io pensavo si trattasse soltanto di una decorazione, invece serviva per esaltare il gusto della pancetta, che era croccante sopra e morbida dentro. L’alta cucina non smette mai di stupire… Ho provato anche lo stinco di vitello glassato con insalata di legumi ed erbe aromatiche, dove si potevano intravedere, sotto la glassatura, dei piccoli fiorellini (non sapevo che si mangiassero i fiori!). Il piatto era buono, ma la mia pancetta vinceva…

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Pancetta di maiale croccante con ortaggi e foglie

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Vitello glassato con insalata di legumi ed erbe aromatiche

Infine il dolce: anche se ero pieno da scoppiare, ho chiesto una tortina di grano saraceno, crema pasticcera al Fernet Branca e frutti di bosco. Beh, insomma, buono ma nulla di spettacolare. Ho avuto il rimpianto di non aver scelto il gateaux di cioccolato (Valhrona), chantilly al litchi e frutta fresca, che era fantastico: il cioccolato si scioglieva in bocca e la chantilly al litchi, superata la perplessità iniziale, era veramente ottima!

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Tortina di grano saraceno, crema pasticcera al Fernet Branca e frutti di bosco

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Gateaux di cioccolato (Valhrona), chantilly al litchi e frutta fresca

Insomma la cena “da Cracco” ha rispettato le attese: i piatti, oltre che buoni e gustosi, sono molto ben curati e poco convenzionali (certi ingredienti e accostamenti, onestamente, non si trovano nel ristorante sotto casa). Ne vale la pena per togliersi uno sfizio. Infine, ciliegina sulla torta, quella sera non ho dovuto nemmeno preoccuparmi del portafoglio: a causa di un disguido rimediato il primo aprile, la cena è stata gentilmente offerta da Carlo e Camilla. Meglio di così…

Se avessi pagato il conto però, per il mio antipasto, primo, secondo e dolce – includendo il vino, il cocktail e il caffè – avrei speso circa 76 euro. Altro che 40 euro: Carlo Cracco sa cucinare bene, ma con la matematica non ci siamo proprio.


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I miei pronostici per il mondiale. Si parte con il girone..

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Fra un mese iniziano i mondiali di Brasile 2014 e l’argomento sta entrando prepotentemente nelle chiacchiere tra amici. Durante una pausa pranzo io e un mio collega ci siamo divertiti a immaginare come andrà l’Italia nella fase a gironi.

L’Italia è inserita nel gruppo D, insieme a Uruguay, Inghilterra e Costa Rica.
Sulla carta è un girone facile ma si sa che la Nazionale Italiana, ai mondiali, è fenomenale nel vincere partite impossibili e nel perdere malamente partite facili.
Si parte la notte tra il 14 e il 15 giugno: gli azzurri giocano allo stadio Arena Amazonia della città di Manaus contro l’Inghilterra di Roy Hodgson. Si tratta dell’esordio, nessuna delle squadre vuole perdere o fare brutta figura e quindi le formazioni scendono in campo contratte. La partita è bruttina, nessuno si prende dei rischi e il risultato è uno scialbo zero a zero, con Mario Balotelli che gioca male e appare nervosissimo, ignora i compagni e si prende un cartellino.
L’Uruguay batte la Costa Rica e la classifica diventa:
Uruguay 3
Inghilterra 1
Italia 1
Costa Rica 0

Venerdì 20, alle 18 italiane si gioca Italia-Costa Rica allo stadio Arena Pernambuco di Recife. L’Italia parte favorita anche se cominciano a montare le polemiche sui giornali italiani: il modulo scelto da Prandelli non è quello più adeguato, la sua insistenza a puntare sul capriccioso e nervoso Balotelli viene aspramente criticata e il rendimento di alcuni giocatori non è stato giudicato all’altezza, forse perchè spremuti troppo dagli impegni con le rispettive squadre di club.
Scende in campo la stessa formazione di Manaus ma si vede da subito che l’Italia gioca con sufficienza, convinta di potere vincere la partita facilmente. E invece va sotto di un gol e si scatena lo psicodramma: Prandelli sfrutta tutti e tre i cambi e, nel secondo tempo, cambia la situazione e la squadra azzurra riesce a pareggiare, ma non a convincere. La situazione si fa complicata perchè l’Uruguay pareggia contro l’Inghilterra e prende il volo in classifica:
Uruguay 4
Inghilterra 2
Italia 2
Costa Rica 1

Passano le prime due di ogni girone e all’Italia, per accedere agli ottavi, serve assolutamente una vittoria. Le polemiche esplodono e il capro espiatorio di questa brutta situazione è naturalmente Mario Balotelli. Prandelli in allenamento prova diverse soluzioni alternative, mischia le carte e cambia il modulo in vista della partita contro l’avversario più forte, l’Uruguay. La partita decisiva si gioca il 24 giugno alle 18 nello stadio Arena Das Dunas di Natal. L’Uruguay di Oscar Washington Tabarez (ex allenatore del Milan) si presenta con il tridente Cavani-Suarez-Forlan. Luis Suarez è il capocannoniere uscente della Premier League, Cavani il fenomeno ammirato a Napoli e poi a Parigi e Forlan è stato eletto miglior giocatore dei mondiali 2010, dove l’Uruguay è arrivato quarto.
Balotelli non è in campo e con lui metà della squadra che ha giocato le due partite precedenti. I calciatori sentono la tensione della sfida e il gioco non è per niente fluido e spettacolare. A fine primo tempo si è ancora in parità.
Nella ripresa si gioca il tutto per tutto e, quando le speranze stavano per spegnersi, all’ottantesimo arriva il gol su calcio d’angolo su una “palla sporca”, forse toccata di stinco.
L’ultimo quarto d’ora è un inferno: l’Uruguay è costantemente nell’area italiana e la difesa non è così affidabile come ai mondiali del 2006. Non è un momento per i deboli di cuore ma, dopo minuti che sembrano secoli, l’arbitro porta il fischietto alle labbra e dichiara finito il match.
La classifica finale del girone è:
Inghilterra 5
Italia 5
Uruguay 4
Costa Rica 1

Accedono agli ottavi Italia e Inghilterra. Ce la vedremo con Colombia, Grecia, Giappone o Costa D’Avorio?